Chronic pain is a pain, "which persists a month beyond the usual course of an acute disease or reasonable time for an injury to heal, or pain that recurs at intervals for months or years” - (The Management of Pain of Bonica, 1990)
Il dolore cronico si definisce quando si presenta dai 3 ai 6 mesi di dolore acuto. Per diventare cronico, non è sufficiente solo il parametro del tempo, ma anche una diminuzione della soglia di attivazione dei nocicettori, o recettori liberi periferici che in determinate condizioni trasducono un segnale dolorifico (Dydyk and Grandhe, 2020) (Heath and Philip, 2020).
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Mi sono servita di questa definizione, poichè mette in risalto fin da subito uno degli aspetti problematici del dolore: la capacità di adattamento del sistema che convoglia le informazioni dolorifiche, ossia il sistema nervoso, tuttavia attraverso riorganizzazioni patologiche. Essendo il dolore una percezione soggettiva, significa che il dolore può essere quindi provato anche per uno stimolo non dolorifico, quando la soglia di attivazione si abbassa; in questa modifica rientrano l'allodinia e l'iperalgesia, con caratteristiche diverse (Dydyk and Grandhe, 2020) (Johnson, 2019) (Raffaeli and Arnaudo, 2017).
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Visto che il dolore è un'esperienza soggettiva, vanno valutate le molteplici sfaccettature del background del Paziente durante l'anamnesi della visita, che esse siano biologiche, psicologiche e sociali. Partendo dal presupposto che il dolore sia soggettivo, la figura medica o meno che prende in carico il Paziente deve concretizzare le caratteristiche del dolore, soprattutto quando si considera il dolore cronico, attraverso misurazioni standardizzate, al fine di definire obiettivi realistici e monitorare i risultati ottenuti (Heath and Philip, 2020) (Johnson, 2019).
Tuttavia nessuno deve dimenticare che il dolore non è solo un valore numerico e che quindi deve essere accompagnato necessariamente da una spiegazione: è un bruciore? Si estende ad altre strutture? E' facilmente definibile e rievocabile? Sono presenti comorbidità (67% dei Pazienti - patologie coesistenti in maniera simultanea, ma indipendente, oppure patologie che compaiono secondariamente all'insorgenza della patologia di fondo)? (Dydyk and Grandhe, 2020) (Johnson, 2019).
Esistono infatti diversi tipi di dolore, come quello neuropatico, nocicettivo, muscolo-scheletrico, infiammatorio, psicogeno e meccanico: da qui si comprende che il dolore è un sintomo e non una diagnosi (sebbene alcuni studi in letteratura abbaino introdotto il termine "sindrome del dolore") e può avere una diversa prognosi per ogni Paziente analizzato. La prognosi non consta però solo nella misurazione del dolore, ma anche nella funzionalità, nella qualità di vita del soggetto, nello stato psico-emotivo e nella presenza di comorbidità, le quali aumentano esponenzialmente le possibilità che il dolore permanga nel tempo e viceversa (Dydyk et al, 2020) (Johnson, 2019).
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Due domande rimangono quindi aperte (Raffaeli and Arnaudo, 2017): 1) Possono gli esami strumentali definire il dolore cronico? 2) La definizione del dolore come una patologia riguardante il sistema nervoso, è utile ai fini clinico-pratici?

Assunte queste modifiche morfo-funzionali del sistema che riceve le informazioni periferiche algiche, cosa può fare l'Osteopatia?
Partiamo come sempre dalle basi, ossia dai quattro principi della filosofia osteopatica, che la rendono una terapia manuale con un punto di vista olistico (Licciardone and Gatchel, 2020) (Martì-Salvador et al, 2018):
1. Il corpo umano e un’unità dinamica di funzione
2. Il corpo possiede meccanismi intrinseci di auto-regolazione
3. La struttura e la funzione sono intercorrelate a tutti i livelli
4. Il razionale di trattamento si basa su questi tre principi
La visione più contemporanea di questi quattro principi risiede nella classificazione dei cinque modelli (Rehman et al, 2020) (Coulter et al, 2018):
1. Biomeccanico (assai rilevante nel dolore cronico): l’investigazione palpatoria osteopatica e il trattamento manipolativo osteopatico hanno come fine l’identificazione e la risoluzione della disfunzione somatica
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2. Respiratorio-circolatorio
3. Metabolico-energetico
4. Neurologico
5. Comportamentale (assai rilevante nel dolore cronico): l’approccio olistico osteopatico prende in considerazione molteplici aspetti, come quello fisico, psico-emotivo, socio-culturale e spirituale, al fine di creare una collaborazione attiva tra terapista e Paziente
A seguito di quanto spiegato, sia per quanto concerne la parte fisiopatologica che osteopatica, è utile sottolineare quali siano gli obiettivi durante l’indagine palpatoria osteopatica e il trattamento manipolativo osteopatico: a) riduzione dell’intensità del dolore (es. punti o aree dolenti) b) riduzione della disabilità (es. range di mobilità) associata al dolore cronico c) favorire l’omeostasi del Paziente (Licciardone and Gatchel, 2020) (Rehman et al, 2020).
La selezione delle tecniche osteopatiche dovrebbe basarsi sulla eziologia della disfunzione somatica, sulle caratteristiche (es. età e comorbidità) e le preferenze del Paziente e sul livello di efficacia delle proprie tecniche (Martì-Salvador et al, 2018) (Coulter et al, 2018).